La nobile arte di misurarsi la palla: un libro – e un consiglio – di Amleto de Silva

Il problema, come si diceva dalle parti mie, consisteva semplicemente nel fatto che non si erano misurati la palla: non si erano, cioè, valutati per le proprie specifiche competenze, avevano fatto il passo più lungo della gamba. La fortuna, capii, fa di questi scherzi: dopo un po’ che le cose ti vanno bene, se non ti misuri la palla, cominci a pensare che debbano per forza continuare ad andare bene, e non è per niente così.

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Più continuo a leggere Amleto de Silva, più penso che sia proprio lui l’uomo della mia vita. Non perché sia bello – non lo è -, non perché sia bravo – anche se lo è, molto -, non perché sia buono – questo proprio non lo credo -. È una questione di ideologia. Di cultura. Di mentalità.

Vi spiego meglio; anzi, facciamo così, vi racconto una storia:

Enea Pellegrini è un ragazzo della provincia napoletana che, rimasto orfano, decide di trasferirsi a Roma per realizzare il sogno di diventare un grande scrittore. La vita nella Capitale non è facile: gli affitti sono cari, gli spostamenti da un quartiere all’altro faticosi e le persone diverse da quelle del paesello che Enea ha lasciato. Tuttavia il ragazzo fa un investimento coraggioso: vende la casa dei genitori, punta sul banco ciò che possiede e inizia a frequentare una scuola di scrittura che si rivela, da subito, deludente e castrante.

Tutto nel nuovo ambiente è diverso da come appare: non vi sono professori ma solo opinionisti; non esistono studenti ma adepti; non vengono impartite nozioni ma veri e propri dettami sociali. Il percorso formativo di Enea procede per sottrazione e l’investimento iniziale si rivela fallimentare.

La storia è noiosa? Aspettate un secondo, ve ne racconto un’altra:

Enzo di Donna, scrittore di nome ma gabbamondo di fatto, affettato nella forma ma grossolano nella sostanza, filantropo a parole ma egotista e individualista nel profondo, è il professore che io ho avuto la fortuna di non avere. La mia coscienza critica si è formata anche grazie a Maestri che credevano nel talento e nell’ingegno; Intellettuali che mi incitavano allo studio, al confronto, al dibattito e persino al conflitto – se costruttivo. Ma mai al silenzio. Professionisti che premiavano la fatica, la costanza, la perseveranza; Uomini che, alla fine di ogni lezione, chiedevano se ci fossero dubbi, domande o perplessità.

Sarà per questo che, tra le tante richieste bizzarre fatte ai miei genitori, non mi sono mai sognata di domandare soldi per frequentare una scuola di scrittura. Sarà per questo che non mi sono mai fidata delle classifiche e dei premi. Sarà per questo che non credo ai fenomeni in generale e, men che meno, a quelli letterari. Sarà per questo che, ogniqualvolta entro da Feltrinelli, non mi fermo a guardare le proposte “migliori” (siamo al supermercato?) o a leggere quelle cazzo di fascette per babbei (ditemi, qualcuno a quei numeri ci crede ancora?) ma tiro dritto e investo sempre sui soliti quattro perdenti.

Forse per questo ho realmente apprezzato La nobile arte di misurarsi la palla e non solo per la storia che racconta – la quale è un omaggio sincero e riuscito a La vita agra di Bianciardi -, ma soprattutto per il consiglio che, come sempre senza grandi pretese e con molta discrezione, de Silva dispensa: l’avventura di Enea Pellegrini vi insegnerà che nonostante le logiche e le dinamiche corrotte regolino il nostro presente, impedendo ai talenti di emergere per lasciare spazio agli istrioni, ai pennivendoli, ai servitori e agli arrampicatori sociali, è comunque possibile -prendendo atto dei propri limiti e delle proprie competenze, dei propri punti di forza e dei propri punti di debolezza – rialzarsi e reinventarsi. Fieramente e con grande onestà. Misurarsi la palla, significa questo. È un’arte nobile, un valore aggiunto che si puo’ acquisire nel tempo. Anzi, mi correggo, che si dovrebbe acquisire nel tempo e grazie all’esperienza, all’imprevisto, all’errore.

La storia di Enea, narrata in prima persona dal protagonista stesso con uno stile scanzonato, polemico e talvolta persino irriverente, dimostra questo. Il personaggio, da taluni ingiustamente definito un inetto o addirittura una reincarnazione di Zeno Cosini (ma io dico, siete scemi?), è in verità un uomo qualunque. L’everyman del caso che la vita mette di fronte a situazioni scomode, ma comuni. Il margine di errore che, infatti, Enea non riesce a misurare è ampio ma, ripeto, intimo e insieme universale. Chi di voi ha sempre saputo come comportarsi nella vita? Chi di voi non è mai stato messo a disagio? Chi di voi ha sempre avuto la prontezza di spirito di mandare affanculo gli incompetenti, gli opportunisti e i ciarlatani? Tutti? Io non ci credo.

Eppure, il racconto si sviluppa come una linea dritta e dal segno positivo sino all’epilogo, atteso e sfortunatamente prevedibile solo per i più scaltri. O per i più stronzi. Il romanzo, a mio avviso, non ha ereditato dal genere thriller l’intenzione di mantenere alta l’attenzione e la suspense del lettore sino stupirlo definitivamente con l’effetto sorpresa ma, più semplicemente, alla fine regala, con un colpo di coda, la chiave per comprendere davvero il titolo e, più profondamente, l’intero senso del racconto.

Amleto de Silva non è un autore circoscrivibile a un genere predefinito o a una tendenza letteraria ben precisa. Amleto de Silva è uno studioso – nel senso più ampio del termine – e un osservatore molto attento. Gli piacciono le cose semplici. Le cose schiette. Le cose vere. In questo romanzo si capisce chiaramente: la realtà che il protagonista è chiamato a vivere è attualissima, problematica e alla fine fortunatamente formativa. La semplicità della scrittura, che talvolta diviene persino dialettale o scurrile, rende, insieme ai contenuti e allo stile ironico, La nobile arte di misurarsi la palla un libro – quasi – per tutti.

Se credete sia importante frequentare una scuola di scrittura per imparare a scrivere, se veicolate queste false credenze a fini di lucro e se siete interessati capire le dinamiche sottese al carnevale editoriale, dovreste leggere il romanzo di de Silva. Dico sul serio: divoratelo e dimostrate di essere consapevoli di ciò che acquistate, di ciò che leggete e di chi arricchite.

Perché, in caso contrario, se vi andrà bene, diventerete come le signore di Rosa Marina che mandano la figlia alla Holden perché “in televisione dicono che lì insegna lo scrittore famoooso che è tanto bravo e magari domani pure mia figlia diventa brava e famosa e io sai come sono orgogliooosa”; se vi andrà peggio, farete la figura di tanta gente da cui sono circondata anche io: gente che, fiera dei tanti titoli accademici conquistati o del gran numero di pubblicazioni ottenute, legge – ma non capisce – solo l’oroscopo di Brezsny il giovedì. Quando va bene e ha un po’ di buona volontà. Gente che si nasconde dietro le parole, gli status e le opinioni altrui. Gente che non ha voglia di creare, di produrre e di pensare a qualcosa di proprio. Gente a cui scorre la boscaglia nelle vene.

Questa però – ve lo confesso -, molto più ingombrante delle loro pergamene e di gran lunga più longeva delle loro pubblicazioni, si vede e ogni tanto – come nel romanzo – fa ridere.

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DIY: Come e perché aprire un blog

L’idea di aprire il blog per me è stata determinante: ho avuto modo di ritrovarmi e di confrontarmi con tantissime persone interessanti, disponibili, divertenti, colte, determinate e soprattutto cazzute.

Ho iniziato da lettrice, molti anni fa. Per natura sono una persona curiosa e leggo quasi tutto quello che mi capita a tiro, senza pregiudizi. Cerco sempre di andare fino in fondo e, anche se i contenuti mi annoiano e la forma mi lascia perplessa, mi sforzo di giudicare solo alla fine. Lo ammetto: a volte mi costa fatica ma difficilmente lascio un post o un libro a metà perché in me resta viva l’idea che l’autore ha profuso impegno e, solo per questo, merita considerazione. La selezione non la faccio prima di approcciarmi al testo o in corso d’opera ma a posteriori.

Ora, oltre all’autore, anche il testo merita rispetto. Bisogna imparare a scindere le due cose. Solo i cretini non lo sanno fare. Un testo sa vivere di vita propria: possiede una forza, un carattere e delle ragioni che non sempre hanno a che fare con il suo autore. Lasciarsi influenzare da pregiudizi inerenti la psicologia, l’ideologia, il vissuto e il temperamento di chi scrive è da stolti. L’obiettività, mentre si legge, è fondamentale proprio come quella che si usa nella vita. Un pessimo lettore spesso è una persona pessima anche nella quotidianità: chi non sa commentare, interpretare e valutare un testo arranca anche nella vita. È una questione di struttura. Non sempre manifesta ma tant’è.

Io sono iscritta a diversi blog, su diverse piattaforme: non seguo unicamente blogger affermati che hanno trovato, proprio grazie a uno spazio online, il modo per crescere professionalmente. Seguo anche blogger più piccolini che, pur avendo meno seguito in rete, propongono contenuti interessanti e, soprattutto, utili. Ecco, navigare in rete è come aprire un’enorme finestra e respirare a pieni polmoni. A meno che non abitiate in alta montagna, e non è questo il caso, respirerete molto smog. Tuttavia godrete di una vista incredibile.

Leggere post è sempre stato per me un po’ come leggere racconti: appassionante, stimolante, divertente e interessante. Certo, ci sono temi e persone che mi incantano, altre che mi lasciano indifferente e altre ancora che mi disgustano ma i parametri di valutazione, per me, sono in linea di massima tre:

#1 IL GENERE

Anche in rete, come in letteratura, il problema spinoso resta quello del genere. Quando si parla di blog non è semplice fare una distinzione perché pochi sono i blog appartenenti a un genere definito. Spesso, nel mare magnum del web, le contaminazioni sono frequenti. Tuttavia quasi tutti i blogger, almeno all’inizio, si focalizzano su un tema e, senza grandi pretese, trattano quello. Non è facilissimo orientarsi ma, tutto sommato, il genere a cui il blog appartiene conferisce gran parte dell’identità e del carattere al blog stesso.

#2 I CONTENUTI

Mi piacciono molto i blog in cui posso trovare recensioni di libri mai letti; tuttavia, i miei preferiti restano i personal blog perché hanno la capacità straordinaria di raccontare, con stile semplice e quasi mai banale, un destino personale. Non a caso molti di essi vengono, dagli stessi autori, definiti “diari”. Io la trovo una cosa bellissima: ci sono degli artifici, certo, o delle esasperazioni ma, tutto sommato, ciò che si racconta è la vita o il suo senso dal punto di vista dell’autore. Proprio qui sta la magia: un punto di vista o uno spaccato di vita personale trascende il particolare e diventa universale. Il lettore riesce a immedesimarsi con l’autore e la vita di quest’ultimo diventa la vita, reale o immaginata, di chiunque legga.

In poche parole: all’interno dei personal blog l’esistenza è protagonista e diventa degna di essere raccontata. In molti non ne vedono il senso e si chiedono da dove nasca il bisogno di raccontare i fatti propri a degli sconosciuti. In molti credono che l’ego degli autori – tacciati spesso di essere egocentrici, pretenziosi, snob – sia immenso. A volte è così. Ma non sempre. I blogger restano persone, come tante, che hanno assecondato il bisogno di esprimere un punto di vista personale e una visione del mondo soggettiva. Non ci vedo, personalmente, nulla di strano. Anzi. Percepisco qualcosa di coraggioso: in questo momento storico in cui tutti hanno un’opinione su tutto che, tuttavia, spesso resta sconclusionata e fine a se stessa, è coraggioso colui che dice, argomenta e condivide ciò che pensa. Mettendoci la faccia e tenendo bene a mente che, al contrario di quanto si crede, il web non dimentica. Cretini e incolti sono coloro che leggono senza capire e, senza chiedersi il perché dei temi trattati, si limitano a giudicare. Dietro uno schermo, come vigliacchi.

L’ego non c’entra niente. Almeno in principio. All’inizio non ti si incula nessuno e ci si vergogna anche un po’ a pubblicare i cazzi propri e a diffondere le proprie idee. Ci si espone a potenziali critiche che spesso non hanno niente di costruttivo. Sul web il dibattito è molto difficile da gestire: non si capiscono i toni – diciamo così -, non si ha l’ausilio della mimica facciale, il contesto è spesso poco definibile e gli interlocutori sono potenzialmente moltissimi. Stare dietro a tutto è faticoso soprattutto perché se inizialmente un blog – o un canale youtube – nasce come un vezzo, per passione o per assecondare una necessità, poi si trasforma in altro: diventa un tuo prodotto di cui solo tu ne hai la responsabilità. Ora, indipendentemente dal numero degli iscritti, dalle statistiche, dalle collaborazioni che si fanno e dalla posizione che si occupa nei motori di ricerca, l’idea di aprirsi uno spazio in rete è, a parer mio, sempre una risposta felice. Lo dico da fruitrice.

#3 LA FORMA

Internet, come dice sempre la Spora, è un posto democratico in cui non esistono corsie preferenziali: chiunque puo’ mettersi in fila e cercare un posto in cui esprimere un proprio punto di vista. Poi è la gente che sceglie: se piaci, ti fidelizzi un pubblico e sali. Certo anche qui, come nella vita vera, c’è gente che sgomita per beneficiare di calci in culo e scorciatoie ma qui, più che nella vita vera, i calci in culo lasciano il tempo che trovano. La gente ti legge e se sei un paraculo, un venduto o un incompetente smette di seguirti. Giustamente.

Siamo così stanchi di vedere lo scemo del paese occupare posizioni di rilievo nel mondo reale da non riuscire a sopportare che lo si faccia anche su Internet. Se nella quotidianità possiamo fare poco per mandare affanculo chi se lo merita, sul web possiamo decidere di non dare un contributo in termini di condivisioni, di visualizzazioni, di clic.

In rete ci sono un sacco di cazzate, è vero. Ma c’è anche tantissima gente in gamba, geniale, da cui si puo’ solo imparare. La competizione è diffusissima. Scopiazzare non serve. Tentare di scavalcare chi ha fatto o detto qualcosa prima e meglio di te neanche. Inoltre la forma, anche sul web, è fondamentale: un post sgrammaticato, con la punteggiatura ad cazzum e senza capo né coda lo apprezza solo la signora Cesira di Pisciarelli. Il registro, poi, non si puo’ trascurare: se volete dire le parolacce, dite le parolacce. Se non potete farlo, non cercate compromessi. Le mezze misure, il mistofritto e la pappa mare e monti qui non funzionano. Infine documentarsi è importantissimo ma, soprattutto, è indispensabile trattare contenuti diversi su cui davvero si hanno delle competenze o punti di vista forti e difendibili. Altrimenti fate la figura dei fessi con cui solo l’amica del cuore o qualche insipiente si complimenta.

I Wanna Be Barbie Combinaguai

Allora, non so se avete sentito parlare del libro illustrato Barbie: I Can be a Computer Engineer. Vi spiego in breve: negli ultimi giorni Mattel è stata obbligata a ritirare dal mercato questo testo, avente come protagonista Barbie programmatricepasticciona che, alle prese con alcuni problemi banali, si avvale dell’aiuto di due colleghi MASCHI. La trama non è complessa e, infatti, il libro è per bambini. Stessa cosa, però, non si puo’ dire del polverone che hanno sollevato gli adulti. Nello specifico Christina Warren, una giornalista di Mashable, si è incazzata parecchio:

«Il libro offre senza dubbio una delle rappresentazioni più sessiste e degradanti di come una donna possa avere successo nel mondo dell’informatica». Mah.

Ma non è tutto: la polemica ha assunto una portata globale dopo il post di Pamela Ribbon, scrittrice e sceneggiatrice della Disney, che a un certo punto ha scritto:

«We knew we had to share this with you, because if we didn’t, we’d be saying it was okay. We couldn’t just roll our eyes at how insulting this book is, how dangerous it is for young minds, how it’s a perfect example of the way women and girls are perceived to “understand” the tech world, and how frustrating it can be when nobody believes this is how we’re treated». Nah.

Ecco, dopo questo post si è scatenato l’inferno. A quanto pare Mattel e Random House, la casa editrice che ha realizzato il libro, hanno peccato per aver:

#1 – trasformato la spendacciona fashion in un simbolo dell’incapacità delle donne di relazionarsi al mondo dell’informatica;

#2 – reso la biondona californiana un’inetta, dipendente dal pragmatismo e dalle competenze maschili.

Io dico: AIUTO.

Mi sa che per una volta, noi italiani, non abbiamo fatto la figura dei fessi e abbiamo ceduto il posto agli americani. Verifico con immenso piacere come anche oltreocèano, ogni tanto, si sparino boiate clamorose e si polemizzi sul NIENTE. Ecco, a proposito: amiche americane, voi vi dovete dare una calmata. Spiegatemi dove sono gli elementi sessisti nel libro perché io non li vedo. Dico davvero.

Ora, non è per fare la stronza ma vorrei ricordare che nell’immaginario collettivo Barbie è una figa multitasking: ce la siamo spuppata in tutti i ruoli possibili e immaginabili e, soprattutto, la abbiamo amata nonostante gli outfit bizzarri. Si sa, lei fa sempre la sua porca figura: producono Barbie Badante e tutte calziamo le Birkenstock; lanciano Barbie Principessa dei ghiacci e tutte ci infiliamo un ingombrante tutù e sembriamo delle meringhe; pubblicizzano Barbie California e tutte, olè, col copriculo indosso; concepiscono Barbie Vergine Maria e tutte diventiamo più buone. Vabbè, ora non esageriamo. Però sì, è vero, Barbie è un modello di perfezione che un po’ tutte abbiamo emulato almeno qualche volta e spesso di riflesso. Quindi, se per una minchia di volta questa crista si umanizza, combinando qualche pasticcio e poi chiedendo aiuto, che male c’è?

Ve la ricordate la storia di Valeria Lukyanova, la ventunenne ucraina che ha speso quasi un milione di euro per diventare come Barbie?

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Lì avete scassato la minchia. Lì avete allontanato, spaventate, le vostre bambine da un esempio di femminilità naturalmente irraggiungibile. Lì avete gridato all’indecenza. Allo scandalo. All’oscenità.

Tanto avete rotto le gonadi che, alla fine, è arrivata Lammily, l’anti Barbie, piena di inestetismi, cicciotta, con meno tette e pure nana. Non vi basta? Beh, che dire, nella scatola trovate millemila adesivi accessori per applicare brufoli, peli, smagliature, lividi e cicatrici.

smagliature

Ma, dico, siamo scemi? Nel senso, sarebbe questo il giocattolo che dovrei comprare a mia figlia affinché possa avere un modello di riferimento femminile più simile alla realtà? Non lo so, cosa ci dobbiamo aspettare ancora? Le bambole mutilate? Quelle senza capelli? Quelle tumefatte? Come se la vita non fosse già abbastanza bastarda. Ma levatevi.

Comunque, torniamo al libro illustrato e ai presunti riferimenti sessisti: qui la signorina combinaguai appare poco professionale. E quindi? Una cazzo di volta Barbie potrà essere stanca? Potrà non avere voglia di lavorare? O mal di testa? O problemi con Ken? Voi, ingegneri informatici donne, lo fate sempre bene il vostro lavoro? Non combinate mai pasticci? Non chiedete mai aiuto ai colleghi maschi solo perché sono maschi e vi ostinate a fare tutto da sole? Continuando a sbagliare, peraltro? Perché quando non è giornata, diciamolo, non è giornata. Allora siete cretine. Oppure bugiarde.

Perché io quando faccio casini con le cose elettroniche, per esempio, a 28 anni ancora chiamo papà o Andrea (che ha letto il post e voleva essere nominato) e non mi do pace finché non mi aggiusta(NO) le cose. No, non perché sono stupida o femmina ma perché ho dei limiti e so riconoscerli. E anche per questo mi sento Donna.

Poi quando lavoro e non riesco a fare qualcosa, se proprio devo essere onesta, preferisco usufruire della collaborazione degli uomini. Perché, non so se ve ne siete mai accorti, ma non sempre i team di sole donne sono vincenti. Lavorare con un insieme di femmine alfa spesso è come lavorare in un pollaio. Noi donne sappiamo essere BESTIE con le altre donne. Non ci avete mai fatto caso? Solo a me capitano queste sciagure? Mah.

Ad ogni modo la cosa che mi fa incazzare più di tutto il resto è questa: ho come l’impressione che si sia strumentalizzato un libro per bambini, pur di rimarcare il concetto di gender. Ecco, questa cosa mi fa imbestialire. La parità dei sessi è una questione complessa e l’indispensabilità della parità dei diritti altrettanto delicata. Naturalmente sono a favore. Ma non mi sembra che questa sia la strada giusta e la modalità più onesta per affrontare problematiche importanti. Anzi, ho la sensazione che riscrivere la storia del libro censurato su https://computer-engineer-barbie.herokuapp.com/ non sia un modo per rendere la protagonista della storia più sicura di sé ma, al contrario, una trovata bizzarra di qualche femminista invasata. Abbattere i luoghi comuni a suon di altri luoghi comuni? Geniale.

Ditemi se sbaglio. Tacciatemi pure di superficialità, se credete. Sono aperta al dialogo. Ma sappiate che per il momento sono assai triste perché per una – e dico UNA – volta potevo davvero immedesimarmi in Barbie senza andare in giro con il copriculo da mare e con l’ovatta nel reggiseno. Eddai.

Da un grande potere derivano grandi responsabilità # il Vagipisello

La prima gran botta di culo della mia vita l’ho avuta quando ero ancora un microbo nella pancia di mia madre e, durante la morfologica, si è capito che non avevo il pisello. La seconda, invece, quando ho scoperto con il passare degli anni di avere anche quello.

Questa meraviglia, che è il Vagipisello, di fatto mi ha reso una reietta, un’emarginata, una ripudiata.

Inutile mentire: non vado d’accordo con LE FEMMINE perché non ho un cazzo voglia di cicalare, di berciare e di gnagnare. Non vado d’accordo con I MASCHI perché quando giochiamo a “Indovina chi ce l’ha più grosso?” spesso vinco. Essì, anche con il rossetto, con la gonna e con i tacchi. Inoltre i miei genitori, dopo quasi 28 anni, sono ancora un po’ disorientati: non riescono a capire se hanno concepito una femmina prepotente che “è tutta suo padre” o un maschio spendaccione che “è tutto sua madre”. Infine, ma non per importanza, il mio fidanzato non sa proprio cosa fare: vorrebbe comportarsi da uomo ma ci sono già io. Non può comportarsi da primadonna perché ci sono ancora io. Praticamente è fottuto, povero cristo.

Ma, in realtà, anch’io navigo in acque molto profonde perché essere dotati di un Vagipisello è un po’ come avere un superpotere: procura un sacco di guai e un’infinità di sciagure. Avete presente la cicatrice di Harry Potter? Ecco, il vagipisello è un po’ come la saetta del mio amato reietto: una dolente rottura di maroni che, però, regala a suo modo millemila soddisfazioni.

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Per esempio:

se vi farete crescere il Vagipisello, riuscirete a sopportare più di quanto crediate. Congiure, complotti, cospirazioni? Per voi saranno pane quotidiano da indagare, ingoiare e sputtanare. Precarietà, povertà e frustrazioni? Diventeranno stimoli, punti bonus, nuove partenze. Umiliazioni, vergogne e offese? Saprete come vendicarle e, soprattutto, come riscattarvi. Perché lasciatemi dire una cosa: prendere a calci in culo i cattivi con il Vagipisello, ossia con garbo, coraggio e determinazione, sarà più semplice. Questo fatto che bisogna andare tutti d’accordo è una cazzata. Questa regola per cui tutti ci dobbiamo stare simpatici è un’altra minchiata. Questa bizzarra convenzione sociale secondo cui dobbiamo provare stima per il prossimo nostro anche se è un gran testa di cazzo mi spaventa. Vorrei capire, esattamente, quando tutti siamo diventati come Gesù Cristo. O quando, con precisione, la paura di restare soli per dieci fottutissimi minuti ha preso il sopravvento su di noi.

Quando?

Guardate che è normale non volere bene a tuttiproprioatutti. Guardate che è naturale provare disprezzo per chi si comporta dimmerda. Guardate che è persino umano scegliere, a un certo punto e irreversibilmente, di prendere le distanze da fatti, luoghi, cose e persone che ci fanno solo male.

C’è la Crisi: le risorse vanno ottimizzate.

Adesso, vedete un po’ voi cosa dovete fare. Ognuno ha le proprie armi ma, solitamente, la pratica del calcio in culo funziona. Provateci e, se sarete fortunati, i nemici saranno in gruppo: una conventicola di balordi – si sa, Dio li fa e poi li accoppia – che con una sola pedata si dissolverà. Nel mondouniverso. Puff, minimo sforzo, massimo risultato.

Vi avverto: in molti vi diranno che siete cupi come la notte e tristi come la miseria. Estigrancazzi. Chi non lo è almeno qualche volta? Vogliamo fingere, ogni giorno, che tutto sia esattamente come desideravamo che fosse? Anzi, meglio?

Occristo che noia. Che ipocrisia. Che vita demmerda. Piuttosto troviamo un modo onesto per colorare la realtà anche se dentro siamo incazzati neri.

Io mi appello al rosa che ancora oggi, proprio come quando ero bambina, su di me ha un certo ascendente.

Voi, se il rosa proprio lo disdegnate, scegliete un altro colore. Un altro fatto che vi tiri su. Ecco, a proposito di voli: avere il Vagipisello vi aiuterà a svolazzare coraggiosamente per la città in calzamaglia. Come i supereroi che, ormai lo avrete capito, non sono nati super ma lo sono diventati poco a poco.

Anzi, a pensarci bene, è davvero paradossale desiderare i superpoteri da bambini e poi giocare a nascondino da adulti: il peso delle scelte, la responsabilità di prendere delle decisioni, il coraggio di combattere i cattivi sono atti etici che nulla hanno a che fare con la spensieratezza dell’infanzia. Sono cose da grandi.

E allora mettetevela sta cazzo di calzamaglia e, se proprio volete strafare, anche un paio di stivali belli alti. Volerete comodi, leggiadri, fieri di voi stessi.

Che poi, non è per polemizzare, ma quest’anno ce lo stanno a dì proprio tutti che bisogna acchittarsi così:

DIY: come riparare alle bestialità della critica linguacciuta

Passatempo preferito di molti intellettuali contemporanei è sedersi al tavolino del bar del paese, con un buon caffè in mano, e parlare a sproposito delle persone. Nel corso di queste messinscene i temi sviscerati sono tanti ma, senza dubbio, il leitmotiv prediletto resta sempre quello del fidanzamento: chi sta con chi, dove chi sta con chi, come chi sta con chi, quando chi sta con chi e perchè chi sta con chi sono tutte battute presenti nel libretto di questi ipocriti personaggi che, essendosi liberati dalle tante fatiche e dai negotia, trascorrono interi pomeriggi a cicalare tra loro, esprimendo giudizi fuori luogo e opinioni negative sui legami altrui. Ora, se tra le professioni del futuro ci fosse “l’addetto all’accoppiamento urbano” e questi cittadini riuscissero, così facendo, a contribuire allo sviluppo economico e sociale del nostro Paese, forse riuscirei persino ad apprezzare cotanto impegno profuso ma – ancora e grazie al cielo – così non è.

Per questa ragione mi sembra sia giunto il momento di dire BASTA a questa tendenza.

È volgare. Anacronistica. Da perditempo: giocare alle damine annoiate del Settecento, scagliare anatemi a poveri cristi che hanno già i problemi loro da risolvere e dire che certi matrimoni non s’hanno da fare non è elegante, non è legittimo e non denota spirito critico o onestà intellettuale. Ma quali minchia sono i vostri modelli di comportamento? A chi vi ispirate? Alla principessa di Lamballe? A Bellatrix Lestrange? A Don Rodrigo? Ad Alfano? Ma smettetela.

E facciamo un gioco nuovo: per una volta invertiamo la tendenza e proviamo a prendere in esame SERIAMENTE due storie d’amore. Anzi, applichiamoci ancor di più: tentiamo addirittura di spezzare lance in favore di due povere criste che, per colpa di qualche altro balordo, ancora oggi occupano un posto sbagliato nell’immaginario collettivo. Orsù, mettiamo da parte la cattiveria e impariamo tutti insieme l’arte della critica. Onesta. Perché l’onestà è un valore di nicchia. Straordinariamente sexy. E, poi, perché è così che si fa.

#1 I Tramaglino

promessisposi

Renzo e Lucia stanno insieme da un po’, si amano, lavorano e, giustamente, si vogliono sposare. Sono due bravi ragazzi: lui è un tipo onesto, dai valori morali semplici e di animo buono. Tuttavia, a causa dell’iperattività e della dabbenaggine da cui è affetto, si caccia sempre nei guai. Lei al contrario, tessitrice e orfana di padre, pare una timorata di Dio e, dotata di una morale solida, sembra un personaggio troppo passivo, un po’ pesante e, a tratti, persino debole. A ben vedere, però, la gentile fanciulla possiede qualcosa di guerriero: è dotata di un’autorità che, ancora oggi, qualche scellerato esita a riconoscerle.

Come mai? Io davvero non capisco. È, forse, colpa della sua bellezza modesta? Del rossore che le segna le guance una svaria di volte? O delle litanie che di continuo ripete? Mah. A me la signorina Mondella pare una gran figa per tutti questi motivi e uno di più: sa esattamente cosa non dire al suo fidanzato e cosa dire all’Innominato.

Fateci caso:

Capitolo III: Il matrimonio tra Renzo e Lucia è saltato ma nessuno in casa Mondella capisce perché. A un certo punto, però, la fanciulla parla e rivela finalmente a Renzo le molestie subite, tempo addietro, da don Rodrigo e da suo cugino Attilio. Ora, secondo voi, come mai Lucia non si confida subito con Renzo? Per quale ragione non lo mette al corrente dei fatti, del suo disagio e delle sue paure? È, forse, smemorata? NO. La fanciulla non dice nulla al suo promesso sposo perché lo conosce: sa che quella testa calda del suo fidanzato, forte di valori morali e irascìbile com’è, può sfidare don Rodrigo senza timore fino a rimanerci secco.

Il giovine si fermò d’improvviso davanti a Lucia che piangeva; la guardò con un atto di tenerezza mesta e rabbiosa, e disse: “questa è l’ultima che fa quell’assassino.” 

Ma che fai? ‘Ndo vai che non hai gli strumenti? Staffermo.

Ecco, Renzo è così. E per questo Lucia preferisce snobbare il signorotto, tacere, affrettare le nozze e pregare la Vergine affinché quello scriteriato del fidanzato non si accorga mai di niente. La volete chiamare scema? La volete rimproverare? La volete stigmatizzare? Mah. Secondo me ci sarebbe molto da imparare da donne come lei. Ve l’ho già spiegato in un altro post: non bisogna dire tutto a tutti. Nemmeno al fidanzato, al compagno o al marito? NO, soprattutto a loro.

CapitoloXXI: a un certo punto la storia tra i due promessi sposi prende una brutta piega. Don Rodrigo non demorde ma, incapace di ottenere da solo ciò che gli serve, si rivolge all’Innominato: un potentissimo e sanguinario signore che, con l’aiuto di Egidio e di Gertrude, fa rapire Lucia dal Nibbio. Quest’ultimo la porta al castello e la storia conosce un momento di svolta: la prigioniera incontra l’uomo che, già nel corso della conversazione, è colto da un disagio profondo.

Non è normale: Lucia è solo una giovane donna, vittima di un capriccioso signorotto del luogo, senza potere alcuno e pure povera. L’Innominato, al contrario, è un uomo, vecchio, ricco ricco e molto potente. Lo squilibrio tra i due, come vedete, è netto ma lei con grande forza e con molta autorità è in grado di mandare in crisi il suo carnefice.

Come rinvigorita dallo spavento, l’infelicissima si rizzò subito inginocchioni; e giungendo le mani, come avrebbe fatto davanti a un’immagine, alzò gli occhi in viso all’innominato, e riabbassandoli subito, disse: “son qui: m’ammazzi.”

Ora, ditemi voi, Lucia vi sembra così reticente? Così timida? Così timorosa? Questa genialata di alzare e riabbassare gli occhi a voi sarebbe venuta in mente? E quel son qui: m’ammazzi voi lo avreste detto? IO NO.

Ma non è tutto. Il vero dribbling è effettuato da Lucia – la Guerriera, scaltra come una faina – nel momento in cui, compreso il disagio dell’uomo, dice:

[…] Oh ecco! vedo che si muove a compassione: dica una parola, la dica. Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!

Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia e, poi, goal. L’Innominato sarà ossessionato da queste parole e solo grazie a esse si compirà la sua conversione, Lucia sarà liberata, si vanificheranno gli intrighi di don Rodrigo e i due sposi si ricongiungeranno. Taaac!

Pensavate che Renzo e Lucia si fossero sposati per merito di Renzo? di padre Critoforo? della Divina Provvidenza? Nah. A questo giro è la fanciulla che, trovata la forza nella fede, in sella al cavallo bianco salva quel mattacchione del suo fidanzato. Il quale, non per dire, intanto è a Milano a raccogliere per terra farina e pagnotte.

Ora vorrei maledire tutti quelli – scriteriati ignoranti e fallocrati – che, più colpevoli di don Rodrigo, hanno relegato Lucia a una posizione di inferiorità e non l’hanno fatta apparire come la cazzuta eroina del bene che, invece, è.

Compiti a casa: riLEGGETE i Promessi Sposi e sottolineate i passi in cui Lucia diventa un modello positivo da imporre alle vostre bambine.

#2 I delfini di Francia 

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Il matrimonio tra Maria Antonia Giuseppa Giovanna, passata alla storia – grazie a Dio – con il nome di Maria Antonietta, e Luigi Augusto, delfino di Francia, non nacque sotto una buona stella. Questo è sicuro: dopo essere stata obbligata a sostituire lo studio sui libri con lunghe conversazioni per acquisire le conoscenze necessarie a una futura regina, dopo aver minuziosamente studiato i dettagli della cerimonia per tre lunghissimi anni e dopo aver diviso, prima di lasciare per sempre Vienna, la stanza con quella strega di sua madre, Maria Antonietta arrivò a Compiègne, scese dalla carrozza e vide il suo futuro sposo per la prima volta: goffo, brutto, sgraziato e cicciotto. Ci rimase male e capì che il delfino, nei dipinti arrivati in Austria, era stato evidentemente abbellito. Tutto puzzava di imbroglio ma, comunque, il 16 maggio 1770 i due si sposarono in pompa magna a Versailles.

Dopo cena, però, ebbe luogo la tragedia: la benedizione del talamo non sortì alcun effetto e a Maria Antonia Giuseppa Giovanna fu educatamente augurata la buonanotte. I mesi passarono ma la situazione restò immutata: il delfino non soffriva di nessuna malformazione fisica ma, a causa dell’educazione bigotta – e della sua innata pigrizia, aggiungerei -, nun je la faceva.

Comunque, come vi dicevo, gli auspici non erano buoni e la situazione non poteva che degenerare con l’episodio della ghigliottina. Ma non concentriamoci sull’ostilità popolare quanto sulla sua vita privata: vi sembra giusto che madre Maria Teresa si dilettasse a mandare missive offensive alla figlia, tacciandola di frigidità? Vi sembra corretto che l’alleanza franco-austriaca venisse messa in crisi anche per colpa di quella zarra di Madame Du Barry che pretendeva di essere accettata come tarma del re? Vi sembra normale che gli addetti all’accoppiamento di corte la calunniassero, chiamandola Madame Scandale, prima ancora che questa povera stella se lo facesse davvero un amante? Vi sembra sopportabile che l’erede al trono tardasse ad arrivare perchè il delfino preferiva andare a caccia? Mah.

Questa povera crista, piena di soldi e nata sotto il segno dello scorpione, che poteva fare? Voi non vi sareste ingozzate di Macarons? Non vi sareste comprate scarpe rosa, tanti gioielli e MILLEMILA vestiti? Non vi sareste rotolate nude nella panna montata in compagnia del conte Fersen? E non avreste nuotato nello champagne insieme alla vostra amica contessa de Polignac? IO SÌ.

Mi sembra che con un nome così, Maria Antonia Giuseppa Giovanna non fosse destinata a diventare regina. Tuttavia, di necessità fece virtù e nonostante la pigrizia sessuale del delfino, diede alla luce una figlia e regalò alla nazione un mini delfino. Ma soprattutto restò sempre accanto a suo marito, condividendo con lui la sorte funesta: la mattina del 16 ottobre 1793 qualche insipiente, pensando di oltraggiare la regina, la obbligò a non indossare un abito nero e, così, a non portare il lutto per suo marito. Tuttavia Maria Antonietta, icona di stile, di bellezza e di moda, scema non era. Manco in punto di morte. Sapeva, a differenza di qualche ignorante smemorato, che un tempo il bianco era il colore del lutto per le regine di Francia. Salì così vestita i gradini del patibolo e, dopo aver pestato involontariamente un piede al boia – AL BOIA -, disse : “Pardon, Monsieur. Non l’ho fatto apposta“. AL BOIA, ripeto, AL BOIA.

APPLAUSI: forti, fragorosi, TONANTI. Questa è la frase che meriterebbe di rimanere agli atti e non quella cazzata sulle brioches.

Compiti a casa: dopo aver visto il film di Sofia ritagliate e colorate le immagini sottostanti, riproducendo fedelmente tutti gli outfit indossati dalla regina.

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Parla come mangio

Sento sempre più spesso la gente – pazza – dire A ME “parla come mangi” e mi chiedo, un po’ risentita, perchè il pane di cui mi nutro – ammesso che lo si conosca – vada bene. Al contrario delle mie parole che tanto contestate. Saranno i contenuti? Sarà la forma? Sarà un po’ di tutto o tutto insieme? Mah, fatemi capire. Perchè io ci ho riflettuto e, accogliendo il vostro vacuo invito, ho trovato corrispondenze sorprendenti tra ciò che entra e ciò che esce dalla mia bocca.

Sarò spocchiosa? Probabilmente. Intanto voi sentite cosa ho elucubrato e cercate di trarne vantaggio per lo spirito. E, soprattutto, per il corpo.

#1 Mangiate solo quando avete fame

Ossia 5 volte al giorno. Non è una cosa semplice da fare, vi avviso: all’inizio io non avevo fame appena sveglia e neppure il pomeriggio. Poi però, una volta arrivata a cena, mi sarei sbranata anche il tavolo. E non va bene: avere degli orari è importante. Anche se si lavora. Anche se si va sempre di corsa. Vi dovete organizzare. Vi dovete abituare. Non potete mangiare due volte al giorno né in continuazione. È una questione di autocontrollo e di decenza. Stessa cosa con le parole: imparate a dire ciò che dovete dire quando avete qualcosa da dire. Non amo le persone particolarmente silenziose ma, di certo, le rispetto più di quelle affette da diarrea verbale. Lo stato di eccitamento che pervade i soggetti in questione, mentre straparlano, mi disgusta come chi fa la scarpetta con il brodo dei tortellini. L’autoreferenzialità da cui spesso sono colpiti, invece, mi istiga alla violenza. Porcoiddio non dovete sempre dire TUTTO quello che pensate né TUTTO quello che non pensate ma che, lì per lì, vi viene in mente. Ripetete insieme a me: non si può avere sempre un’opinione su tutto. Non si possono avere competenze indiscusse in tutti i campi del sapere umano. La gente che ama farci credere di avere sempre la risposta pronta non ci piace. Ci annoia. Soprattutto perchè, nella maggior parte dei casi, la risposta pronta non è quella giusta.

BRAVI.

#2 Masticate

Fatemi capire una cosa: voi onnivori, dopo aver addentato una panino con pomodori e salsiccia, esattamente cosa fate? E voi vegani, dopo aver assaporato una bella insalata con tofu a dadini, frutta secca e gomasio? E voi fruttariani, dopo aver morso una bella mela? Esatto, masticate. Poi deglutite e, infine, digerite.

Per bene, come i cristiani.

Ecco, con le parole non cambia un granché: quando dite ciò che dovete dire, ciò che pensate, quando esprimete un’opinione, quando fate una considerazione dovete ARGOMENTARE. Dovete spiegare. Dovete ragionare. Dovete discutere. Dovete portare argomenti validi a sostegno della vostra tesi. Capito? 

Ognuno può dire quel che minchia vuole e, soprattutto, tutto quello che ciascuno di noi dice ha un valore. Ogni interpretazione del mondouniverso, anche la più bizzarra, è accettabile. Se è ben argomentata. Altrimenti resta fuffa: uno scialo di triti fatti di cui non fotte una sega a nessuno. Non potete sparare sentenze nel buio e poi girarvi di culo ma dovete spiegare le ragioni delle vostre critiche, positive o negative che siano. Così fanno le persone adulte. Così fanno le persone sicure. Così fanno le persone intelligenti. Le proposizioni causali esistono apposta. Sono come i denti: se non li usate per frantumare il cibo, digerite male e poi sparate loffette.

#3 Tra una portata e l’altra bevete

Ditemi un’altra cosa: del bicchiere d’acqua che vi servono al bar insieme al caffè che minchia ne fate? E dopo l’antipasto di prosciutto spagnolo come vi comportate? E dopo l’ossobuco con le patate in umido come agite? Mi auguro che beviate. Ecco, stessa cosa quando parlate: la punteggiatura è come l’acqua a tavola. Come l’acqua prima – non dopo, scellerati – del caffè. Vi ripulisce. VI AIUTA. Non la dovreste ignorare. Se snobbate le pause non si capisce un cazzo di quello che dite. Il vostro discorso diventa un mappazzone indigesto e pesante. Un chiancone che rimane lì e non se ne va più. Volete questo? Mi auguro di no. Allora, madre di dio, bevete. E usate le pause. Come se scriveste. Sì, anche il punto e virgola è importante.

 #4 Selezionate

Scommetto che voi siete parte di quel gruppo di scellerati che mangia DI TUTTO. La carne, il pesce, le uova, il formaggio, il cuore di cervo, la trippa, il pesce palla, il pomodoro di mare, il sanguinaccio, la spalla di tigre, il pane duro di otto giorni. Tutto e tutto insieme, no? Ma ci sarà pure, dico io, qualcosa che non vi piace. Qualcosa che non digerite. Qualcosa che non tollerate. Guardate che è normale. Ecco, quando parlate le regole selettive restano invariate: non potete dire, davanti a tutti, tutto quello che volete o tutto quel che minchia pensate. Ma dovete imparare a dire tutto quello che dovete dire al momento opportuno e in presenza delle persone giuste. È UNA QUESTIONE DI GARBO, DI ELEGANZA, DI INTELLIGENZA. Tra persone adulte è così che si fa. Perchè le cose che dite hanno un peso. Hanno un valore. Non solo hic et nunc ma forever. Non trascurate il fatto che le persone tendano a ricordare le boiate che sparate. Molto più delle cose intelligenti che invece, chiassà come mai, si perdono nella galassia. Le boiate sono come i peperoni. Si ripropongono. O come il pane di otto giorni. Duro, durissimo. Anche a morire.

#5 Mangiate cibo locale

Se vivo a Siena, ma sono di Bari, non compro il pane toscano perchè mi fa cagare. Se vivo a Roma non mi ingozzo di carbonara perchè l’uovo crudo mi fa vomitare. Da sempre. Col pecorino a pioggia, poi, non ne parliamo. Bari mi ha dato i natali e, porcoddue, ne vado fiera: amo il sapore della mozzarella, delle verdure fresche, dei panzerotti di mia madre e delle cime di rapa. Proprio come voi che non vedete l’ora di “scendere” per mangiare e andare con la Peroni ‘ngànn’a mmàre. È una questione di fede. Una questione di mentalità. Siamo nati con lo iodio nei polmoni, il sole in fronte e il panzerotto in mano. Ok, tutti d’accordo. Ma, allora, mi spiegate per quale cazzo di motivo se siete baresi e vi trasferite a Milano dopo 5 mesi fate concorrenza al peggior contadino lombardo imbruttito? O se siete a Roma, per quale stramba ragione dopo tre giorni diventiamo tutti “zii, accolli e rosiconi”? Perchè? Vi costringono, forse, e fare un corso accelerato di dizione? O uno per apprendere una L2? E, alla fine, vi rilasciano pure un attestato? Mah, deve pur esserci una spiegazione per questo fenomeno antropologico e sociale. Ma voi lo sapete o no che il dialetto è una lingua? Lo sapete o no che se lo trascurate o, peggio ancora, se non lo parlate si estingue? Avete mai pensato che se non preserviamo anche questa parte del nostro patrimonio culturale la trasmissione si spezza? Guardate che c’è gente che queste cose le studia mentre voi tornate qui per fare gli scemi con i dialetti degli altri. E poi vi entusiasmate se mamma vi riempie la valigia di taralli e pomodori sott’olio. Incoerenti. E pure cozzali.

#6 Mangiate cibo genuino

Dal citazionismo isterico vi dovete curare. Non è una cosa bella. Non è un segno distintivo della vostra cultura. È una cosa terribilmente postmodernista. Una cosa tremenda. Non abbiamo bisogno del vostro aiuto per ricordare i testi delle canzoni. Non abbiamo voglia di sentirvi recitare la poesia, in piedi, sulla sedia come se fosse ogni giorno Natale. Non ce ne frega un cazzo di quanto l’ultimo verso della montanina dantesca rappresenti bene il vostro stato d’animo del momento. L’originale è sempre meglio della copia. I simulacri sono noiosi. Lo sanno tutti. Se preparo la crostata alla frutta, non la servo a tavola travestita da Luca Montersino. Ecco, stessa cosa con le parole: le parole hanno un potere immenso. Cambiano il mondo. Danno un senso alla vita. Leggete, studiate, ricercate. Chiedetevi sempre il perchè delle cose. Non ripetete pedestremente ciò che gli altri dicono o scrivono ma nelle parole degli altri cercate un senso che vada bene per voi e costruitevi una vostra, personalissima, ideologia. E, soprattutto, usate le vostre parole anche se non sono belle come quelle di chi amate. Imparate non emulate. La minestra riscaldata fa cagare, siamo onesti.

#7 I dolci, mangiateli!

Proust era goloso, io ne sono sicura. A me, personalmente, non piacciono le persone che non amano i dolci. Dubito del loro gusto in cose più importanti. Sarò di parte, non lo so, ma noi Pascali l’amore per lo zucchero ce lo abbiamo nel sangue. È un tratto distintivo: ce lo tramandiamo di generazione in generazione. Regalatemi una coppetta di crema bollente, due biscotti di pastafrolla da inzuppare- i cuoricini, quelli Saiwa. Quelli che non fanno più, non so se ve li ricordate – magari due amarene buttate al centro, la compagnia di mio padre e farete di me una ragazza felice. Ma chi dice che i dolci fanno male? Chi sostiene queste oscenità? I dolci fanno bene al cuore. Non a caso è il sapore della madeleine, e non quello della parmigiana, che ricorda al protagonista della Recherche le giornate di infanzia.

Anche le parole hanno bisogno di zucchero. Sempre. L’educazione è importante e il tatto pure. Si può dire quello che si deve dire con eleganza, con ironia e con rispetto. Fare i trattori è altra cosa dall’essere schietti. E sinceri. Fare i trattori è da stronzi. A volte usare il condizionale, un per favore, un cazzo di grazie per chi vi ascolta è un piacere. Non siamo più bambini: ce la possiamo fare a capire che la forma è FONDAMENTALE tanto quanto i contenuti? Non possiamo dire quel che cazzo ci pare e come cazzo ci pare. Ora siamo adulti. E dobbiamo capire che le persone, proprio come noi, hanno bisogno di zucchero. Perchè per tutti ci sono dei giorni in cui qualcosa non va e, ogni tanto, sentirsi  dire “mi passeresti il sale, per favore?” è un po’ come addentare una ciambella calda e con il buco: CONSOLANTE.

THE Birthday Wishlist in tempo di guerra

Il 18 novembre sta arrivando e io, come di consueto, sto scrivendo nella mia testa la lista dei regali di compleanno che MI PIACEREBBE ricevere. L’elenco delle cose che DESIDERO. Il catalogo delle suppellettili che BRAMO. Il menù degli oggetti che ME GUSTANO. Il borderò dei conti che NON TORNANO per tutti quei beni materiali che MI SERVONO. Sì, so che manca ancora più di un mese ma quest’anno ho una certa smania a causa di due validi motivi che ora ascolterete. Sì, so anche che non è elegante chiedere regali ma, riga dopo riga, capirete. E vedrete che persino Donna Letizia, indiscussa signora del bon ton nella storia del costume italiano, insieme alla sua conventicola di marchesi, contesse e alti prelati, mi perdonerà. Procediamo:

#1 Prima di tutto ho tre domande: chi meglio della mamma conosce i gusti di una fanciulla? Chi meglio della migliore amica sa cosa intimamente la donzella desidera? Chi meglio di Babbo Natale sa soddisfarla?

IL FIDANZATO, of course! LUI ci dovrebbe conoscere, ci dovrebbe conquistare, ci dovrebbe entusiasmare, ci dovrebbe STUPIRE! Beh, lo scorso anno il MIO BIG(amo) mi ha senza dubbio stupito, omaggiandomi il giorno del mio 27esimo compleanno di UNA GUIDA. No, non di una guida spirituale. No, neppure una di guida psicologica – entrambe anche quest’anno assai gradite – ma di una guida di viaggio. Sì, una GUIDA LONELY PLANET. Stupita ero stupita e, infatti, proprio non capivo. Lo giuro, inizialmente pensavo fosse uno scherzo. E quindi ho riso. Sola, sola e un po’ nervosa. Poi, sussurrando un desolato “grazie”, sono stata posseduta da una sensazione NEGATIVA. Da un turbamento invalidante. Ma mi sono sforzata e, con estrema difficoltà, ho sfogliato qualche pagina. Sfogliavo e cercavo, tremavo e pensavo: un biglietto, ci sarà un biglietto. DEVE esserci un biglietto. Ma niente: biglietto mancante. Viaggio tanto atteso inesistente. Solo la guida. Solo un insieme di spunti e informazioni su come organizzare al meglio il viaggio che non avrei fatto. Un regalo utile come una forchetta senza rebbi. Gradito come un buono di Melluso.

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#2 Quest’anno, economicamente parlando (ma non solo), è stato un anno un po’ di merda. Sarà che sono andata via dal nido familiare e le spese sono aumentate, sarà che ho dovuto fronteggiare innumerevoli sciagure, sarà che non mi viene inoltrato un Bonifico da mesi e mesi, ma ultimamente mi sento veramente POVERAPOVERISSIMADEPRESSADEPRESSISSIMA. SÌ in questo periodo vivo male perchè, travolta dall’ansia, mi sento attaccata alla canna del gas. Tutto mi fa paura: Enel & Infostrada sono i miei principali nemici. Temo l’imprevisto più del giorno del giudizio e sto diventando paranoica come mio padre: hai chiuso la porta? Hai spento la luce? Hai chiuso la macchina? Perchè questa spia si è accesa? Sono domande che faccio almeno 6 o 7 volte al giorno. Poi, sono alla continua ricerca di bizzarri compromessi lavorativi da valutare. E, infatti, mi sono riscoperta comprensiva e solidale con Simona Ventura, distintasi per forza ed umiltà nella pubblicità di Pittarosso.

Ora, provate a dire che non merito un premio di consolazione. Provate a definire questa lista l’elenco stupido di una ragazza viziata, pretenziosa e petulante. Provateci. IO VI SFIDO: vi voglio VEDERE mentre scartate una guida Lonely Planet. Vi voglio ESAMINARE mentre occultate il senso di delusione che vi pervade. Vi voglio DERIDERE mentre combattete contro gli spasmi mioclonici. IO VI ASPETTO AL VARCO. Perchè capiterà. A tutte le ragazze del mondouniverso prima o poi capita. Ma intanto, a buon intenditor poche parole: questa è la mia lista. Chissà possa tornare utile in futuro ad altri fidanzati insipienti e scriteriati come il mio.

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#1 Accio Zara!

Spesso sento la gente dire: “quando sono triste osservo l’orizzonte e mi rallegro”. O peggio: “quando il mondo mi rifiuta seguo con gli occhi le onde del mare, altalenanti come il mio stato d’animo, e trovo IL senso”. O peggio del peggio: “quando sono depresso basta un piatto di parmigiana, un tozzo di pane e passa la paura”.

Cazzate. Fossi scema.

Io quando mi sento triste, sola e incompresa, vado da Zara. Entro con mille problemi ed esco con mille soluzioni perchè da Zara la mia ghiandola pituitaria e il mio ipotalamo reagiscono, producendo endorfine.

Tuttavia ultimamente, come avrete capito, sono diventata rappresentante ufficiale del movimento “VORREI MA NON POSSO”. Non pensavo sarebbe successo ma è successo: non compro NIENTE da luglio e mi limito A GIRELLARE, A GUARDARE E A USCIRE. Sì, faccio questo gioco perverso per cui guardo ma non tocco niente. Ed è strano perchè questa cosa del “guardare ma non toccare” mi ha sempre fatto incazzare. Quando ero bambina e mia madre mi diceva “andiamo a fare una passeggiata ma non compriamo nulla”, io mi ribellavo perchè mi sembrava che volesse infliggermi una punizione ingiusta. Che minchia significa, guardiamo ma non compriamo? Che mi rappresenta questa cosa per cui devo guardare e, quindi, desiderare gli oggetti che non posso avere? Perchè questa tortura psicofisica? MA CHE MALE HO FATTO? Ora, però, capisco. Capisco il senso di quel “guardare ma non toccare” mentre anche io in tempo di guerra mi aggiro per negozi, destando sospetti. Manco stessi facendo un’indagine di mercato. O avessi intenzione di rubare. Che vergogna. Per questo ho un disperato bisogno di una Gift Card da Zara come E più di tutte le altre donne del mondo perchè in questa città IO NON HO AMICHE: sono sola e triste. E Zara è una delle poche consolazioni che mi restano.

#2 Accio palestra!

Nonostante l’obiettivo del 2014/2015 fosse diventare come Melissa Satta, a causa dell’assenza di liquidità ho dovuto rinunciare alla palestra. Ci tenevo da morire. Anche io volevo un culo come il suo: vittorioso contro la legge di gravità. Per averlo ero disposta a ignorare, con costanza, sudore e tenacia, la mia pigrizia ben 3 volte a settimana. In un momento di shopping mattissimo mi sono perfino comprata una borraccia e un top schiacciatette. Ho fatto pure 2 settimane di prova. Poi, più niente a causa del SENSO DI COLPA. Essì, perchè quei 20 euro al mese per un anno, con addebito in conto, sarebbero potuti diventare una potenziale minaccia. Una potenziale ragione di ansia. Prima di firmare il modulo ho immaginato la faccia di mio padre e la sua voce che mi diceva “Ma ti hanno chiamato dalla banca? PER CASO sei andata in rosso?”. Gesù santissimo. NO. Al recupero crediti di mio padre, Magnifico Rettore del Controllo, preferisco la morte. Quindi, altro regalo graditissimo potrebbe essere questo. No, non l’abbonamento annuale. 10 ingressi dopo Natale vanno bene. Anche solo per usare lo schiacciatette e la borraccia.

#3 Accio collaboratrice domestica!

Solo per le grandi occasioni. Solo 3 volte l’anno per lavare i vetri che sono alti e schifosamente sporchi. Solo per le pulizie di primavera, toh. Regalatemi la possibilità di avere, QUALCHE VOLTA, una mano d’aiuto. Per favore. Io faccio tutto DA SOLA IL SABATO MATTINA. E mi stanco. E sudo. E mi incazzo. Ma lo faccio perchè quei 15 euro servono più a me che alla signora Irina. E poi perchè BIG(amo) non vuole estranei per casa. Così dice. Ma io penso che goda a vedermi conciata come Barbie Europa dell’Est con il tuppo, le pinzette e le Birkenstock. Sì, LORO che obiettivamente non calzerebbe neppure Liesel – l’impavida ladra di libri – ma che non lasciano le impronte sul parquet appena incerato.

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#4 Accio beni o buoni per la cura della persona!

Ho bisogno di coccole. Lo dico davvero. Ho bisogno di qualcosa che mi idrati, che mi levighi e che mi ammorbidisca VERAMENTE. Perchè non solo non mi faccio una piega dal parrucchiere da prima dell’estate e ho PERSINO imparato a mettermi lo smalto – Aurora, te lo giuro- ma ho addirittura RINUNCIATO alla mia crema corpo, alla mia crema contorno occhi, allo scrub, alla maschera all’argilla, all’olio di cocco e al termoprotettore per capelli. Cosa mi è rimasto per essere socialmente accettabile? Uno shampoo, un balsamo, un detergente e una crema viso, un bagnoschiuma, spazzolino, dentifricio e assorbenti. E poi? Capelli stopposi con le quintuple punte. Essì, perchè l’assenza di termoprotettore prima dell’operazione piastra, la quantità di silicone presente nei prodotti di ultima fascia da me ora utilizzati e le pratiche voodoo di chi mi vuole male mi hanno fatto questo. SÌ, ho finito tutti i campioncini diligentemente collezionati nel corso degli anni. SÌ, anche quelli scaduti. Sì, anche quelli non adatti al mio tipo di pelle e capelli. Sì, ho già provato a pasticciare in casa con miele, bicarbonato, limone e farine varie. Ma ho mangiato tutto. Dalla faccia. Non mi resta più niente: devo NECESSARIAMENTE accontentarmi dei 5 prodotti da supermercato che posso permettermi e temo che la situazione possa degenerare con l’acquisto del 2 in 1 o del doccia shampoo. No, veramente, se mi incontrate al PennyMarket con il doccia shampoo in mano FERMATEMI e ricordatemi: meglio povera che pelata.

Un consiglio: Stronzology

Potete rifare questo esperimento con comodo, a casa vostra, magari con degli amici, e vi accorgerete che la maggioranza delle persone è sempre, comunque, immancabilmente, dalla parte della robetta da due lire, dalla paccottiglia sfavillante e di nessun valore. Non nonostante, ma tanto più quando la vede di fianco a roba indiscutibilmente bella.

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Stronzology. Gnoseologia della dipendenza dagli stronzi di Amleto de Silva è approdato a casa mia una settimana fa. Ed è stato subito amore. Solo 169 pagine. Solo 24 capitoletti. Solo un paio d’ore. E mi è parso più vero del Jobs act di Renzi.

Io non credo al caso, alle coincidenze, alla fatalità – vi piacerebbe. Io credo che ogni cosa accada perchè la desideriamo, perchè la provochiamo e perchè la programmiamo. Anche inconsciamente.

Io avevo bisogno di un Amleto de Silva nella mia vita e me lo sono andato a cercare. Poi, la caccia ha portato guadagno e Stronzology mi ha fatto un favore.

Intendiamoci: Stronzology non è Guerra e pace, non è Vita e destino e non è la Bibbia che, se non avete ancora letto e non siete minus habens, dovete leggere. Stronzology non è un testo capitale o un romanzo epocale. Anzi non è neppure un romanzo.

E non è nemmeno un saggio, un’opera teatrale, una guida o un manuale. Ma, per chi sa leggere, è tutte queste cose insieme. Per capirci meglio, il testo è figlio di più padri: dalla tradizione della letteratura comica e umoristica eredita la capacità di stravolgere il racconto e di muovere il riso anche grazie all’uso del plurilinguismo. Del pamphlet imita la brevità e l’ironia. Con il saggio breve ha in comune, oltre alla coerenza tra materia trattata, registro stilistico e linguaggio, lo stile argomentativo. Infine il realismo disarmante del romanzo ottocentesco, abbassato di livello e unito ai dialoghi incalzanti e divertenti della commedia teatrale, rende Stronzology un testo attuale ma scorrevole e accessibile a tutti.

Insomma, a prova di cretino.

Vi pare poco?

Allora continuiamo.

La tesi di fondo del libro è la seguente: il mondo è pieno di stronzi, ossia “guappi di cartone” in grado di procurare, anche grazie alla collaborazione dei cretini, danni a vittime impotenti ma spesso consapevoli. Il punto di vista privilegiato è quello dell’autore che, Deo gratias, non si identifica mai con il protagonista del racconto, ossia LO STRONZO. La voce narrante, infatti, si limita a parlare della filosofia di vita dello stronzo, mettendone a nudo la “coscienza” e le ragioni del suo agire. Come vedete, mai si narra la storia del fetente né si elencano le migliori 10 tecniche per sopprimerlo ma si delineano semplicemente le cause e le concause del suo comportamento. Per smascherarlo e per mandarlo affanculo.

Vi pare ancora poco?

Tanto non abbiamo finito.

Fingiamo tutti, per un momento, di essere persone per bene. Fingiamo tutti di aver incontrato, almeno una volta nella vita, uno stronzo. E di averlo sgamato. E di non aver fatto assolutamente niente. Sì, NIENTE, NONOSTANTE IL DISAGIO.

Non abbiate paura di ammetterlo, nessuno vi giudicherà. Purtroppo le dipendenze sortiscono questo effetto: tutti dipendiamo da qualcuno o da qualcosa che, inconsciamente o consciamente, sappiamo che ci fa male. A me è successo con la Coca Cola, con le sigarette, con le gomme da masticare. E con gli stronzi, per l’appunto. Gli stronzi sono proprio come la Coca Cola, le sigarette le gomme da masticare: finti, velenosi e colpevoli. AL QUADRATO.

Sì, colpevoli due volte: perchè, per ottenere vantaggi personali, vi violentano prima fisicamente, danneggiando fegato, polmoni e intestino, e poi psicologicamente perchè sono capaci di inculcare un fittizio senso di colpa che vi fa sentire sbagliati, pazzi, soli, strani, cattivi ed esagerati solo per aver pensato “Ma guarda tu sto stronzo! La cacca deve uscire non entrare”.

Succede proprio questo. Provare per credere.

Voglio essere schietta perché la questione mi sta particolarmente a cuore: non conoscevo Amleto de Silva né il suo blog. Né avevo mai letto, prima della settimana scorsa, un suo libro. E mi dispiace. Tuttavia, conosco l’editore che ha reso possibile la pubblicazione di Stronzology e sono felice che esista gente in Italia ancora in grado di capire su cosa e su chi investire. La narrativa italiana oggi è piena di merda: gli editori spingono, prevalentemente, potenziali best seller dai contenuti banali e dallo stile imbarazzante a discapito di libri come questo: un libro che riflette la realtà contemporanea attraverso l’analisi di una figura emblematica del nostro presente. Un libro che affronta, con uno stile scanzonato e con sorridente distacco, una problematica importante.

Stronzology è un libro umile e ironico, proprio come chi lo scrive. Questo è il suo limite e, insieme, il suo punto di forza. Il testo non regala risposte profonde a grandi quesiti ma resta, sempre, onesto. Se potessi scegliere solo un motivo tra tanti per convincervi a leggere Stronzology, direi: “divoratelo, perchè racconta LA VERITÀ“. Amleto de Silva è uno scrittore cattivello: un contestatore che lancia una sfida al lettore, un autore/attore che mette in discussione la realtà che vive. Un uomo che chiama le cose per nome, che dice quello che deve dire, che non crede agli alibi, né cede alle menzogne.

Per questo può non piacere. Chi si espone rischia, mi hanno detto una volta. Chi non rischia muore, ho sempre pensato. La narrativa italiana sta morendo perchè gli autori rischiano poco, perchè gli editori non si espongono affatto e perchè i lettori non esigono un cazzo.

Stronzology, nel suo piccolo, rappresenta una felice eccezione.

Per questo lancio un messaggio a coloro che amano cercare un senso nei testi. A coloro che leggono i libri, aspettandosi di trovarli attuali, impegnati e aperti a nuovi approcci. Insomma, voi lettori di Fabio Volo e di Paolo Giordano, ignoratemi.

Per tutti gli altri oggi c’è Stronzology: se non lo avete ancora fatto, compratelo. Se lo avete comprato, ma non lo avete aperto, leggetelo. Se lo avete già letto, prestatelo a chi non lo comprerà perchè ha il braccino corto.

Anche se costa solo 10 euro. Eddai.

La dieta perfetta

È arrivato ottobre e questo è un fatto. Ma qui a Bari si respira ancora aria d’estate: la gente pazza va in giro senza calze con la pioggia, non si fa lo scrub DA TRE MESI per non intaccare l’abbronzatura faticosamente conquistata e indossa ancora i sandali. Sì, quei cazzo di ragnetti con il tacco –oddiocheschifo.

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Sì, anche le Havaianas per andare a lavorare. Oppure gli stivali scamosciati sotto la gonna, sempre senza calze, perché non si sa mai magari sento caldo dopo pranzo.

Essì.

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Il PROBLEMA qual è: l’estate ci manca già e per questo continuiamo a viverla anche se, ormai, CiaoMareCiao. Perché l’estate è un sacco bella: è bella per i cali di pressione a causa dei 45° all’ombra durante il mese di giugno; è bella per la sensazione di libertà che solo un viaggio in macchina di 12 ore da Bari a Torre dell’Orso ti può regalare a luglio. È bella perché puoi sdraiarti a 4 di bastoni sul letto di casa tua in quanto la spiaggia di Punta Prosciutto è più affollata di quanto lo sarà Expo Milano 2015.

Però, però: nonostante l’estate sia tanto bella, resta sempre un pò bastarda giacché, insieme all’abbronzatura, ci ha omaggiato di 3 o 4 chiletti di troppo e ci ha reso curvy, curvycicci o curvyciccissimi, dipende da quale fosse a maggio la nostra situazione di partenza.

Ora, vorrei sapere io:

chi cazzo è quell’ingenuo che crede ancora alla dieta dell’estate??? Chi è quel babbeo che pensa di poter realmente dimagrire ad agosto????

CHIIIII???

“Si beve di più, si suda di più e si mangia più leggero” – dicono.

Rispetto a quando? A Natale, a Capodanno, al matrimonio di don Vito e monna Lucrezia?

Scusate, io non voglio essere stronza, ma il pasticciotto delle 11 E la focaccia delle 13 E la Peroni ghiacciata con il panzerotto delle 18 E la parmigiana delle 23 E le badilate di Mojito per tutta la notte. E quel cazzo di Winner Taco a tutte le ore che non potevamo certo snobbare dopo aver tanto rotto i coglioni, vi sembra sia cibo leggero? Cibo senza carboidrati? Cibo senza zucchero?

Mah.

Comunque, ormai i chili sono qui e BISOGNA TROVARE UNA SOLUZIONE. Io mi sono data da fare: ho studiato il materiale in mio possesso, ho approfondito la ricerca, ho collazionato tutto e ho selezionato per voi IL MEGLIO.

Le 3 diete che vi elencherò, VE LO GIURO, sono SCONCERTANTI, INCREDIBILMENTE STRABILIANTI. Questa è roba MAI vista, né sentita PRIMA.

AVANGUARDIA PURA.

Pierre Dukan, Gianluca Mech e Robert Coleman Atkins, SPOSTATEVI. Il vostro momento di gloria lo avete già vissuto. Ora, spazio ai giovani con:

#La Cronodieta – IL CIBO GIUSTO ALLA GIUSTA ORA:

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“Ciao, non capiamo come e perché TU sia finito su questa pagina ma NOI ti aiuteremo a perdere 4 Kg in 4 giorni. Siamo il dottor Paolo Todisco e il dottor Luca Martoni, due medici italiani che hanno brevettato la CRONODIETA: un regime alimentare sano, equilibrato e semplicissimo da seguire.

Di cosa hai bisogno? Di un orologio.

Sì, hai capito bene: anche quando mangi devi guardare l’ora. Ma, sì, lo sappiamo che guardi sempre l’orologio e almeno in pausa pranzo non ti va di avere l’ansia. Ma ti serve, è per il tuo bene, poi ci ringrazierai.

Perchè NOI siamo stati i primi a capire, nel lontano 1992, che il tuo organismo non assimila tutte le sostanze nutritive allo stesso modo durante l’intero arco della giornata. Solo NOI abbiamo scoperto che i carboidrati e gli zuccheri devono essere consumati massimo entro le 16. Solo NOI siamo giunti alla conclusione che una porzione di verdura e una soluzione fisiologica, massimo entro le 20, possono aiutarti a perdere peso. NON SEI D’ACCORDO?“.

“Ah, ci stai chiedendo cosa fare se hai fame dopo. Ma che domande! Con questa dieta equilibrata, non avrai fame”.

“Ah, tu osi avere fame? Allora bevi l’acqua, 1,5 litri di Coca Cola Zero, una tisana alla centella asiatica o alla linfa di betulla”.

“Ma ti stai, forse, lamentando perché è tutto il giorno che fai pipì e non hai voglia di svegliarti la notte? E che ti dobbiamo dire: noi il nostro segreto te lo abbiamo confidato poi, se non ti impegni abbastanza, la colpa è tua. Ci vuole determinazione, costanza e fiducia per ottenere risultati. Ora, quindi, fatti coraggio: bevi molto e pensa che domattina alle 7 potrai mangiare. Mi raccomando, tu tieni d’occhio l’orologio e vedrai che il tempo volerà. FIDATI.

#La dieta del biscotto

“Ciao, io sono Jennifer!”

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“E io sono Kelly!”

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“Noi, invece, siamo qui per proporti la dieta che ci ha cambiato la vita. A noi piacciono tanto i dolcetti che però ci hanno fatto diventare curvyciccicicci. Allora, abbiamo pensato, perché non sponsorizzare una dieta in cui questi dolcetti li possiamo magnà? Infatti, grazie al dottor Sanford Siegal e alla sua dieta bilanciata, entrambe abbiamo perso VELOCEMENTESENZA FATICA più di 15 Kg! E, cosa ancora più importante, non li abbiamo più ripresi! Che dieta è? Allora, praticamente, tu non mangi niente. Solo pollo bollito e verdura. Ma poca, eh. Naturalmente non puoi condire nulla. NO, neppure con l’aceto. NO, soprattutto il SALE va evitato. E i carboidrati. Sì, anche quelli integrali. E le carote e i pomodori che fanno ingrassare perché contengono zuccheri. Ho detto solo pollo e solo verdura. Tutto bollito. Non usare la vaporiera perché altrimenti preservi le vitamine che fanno tanto bene. E noi non lo vogliamo. Quindi, dicevamo, pollo e verdure bollite. Si dimagrisce con il pollo e le verdure bollite.

Ah, dove sono i biscotti? I biscotti sono qui:

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e puoi mangiarli tutte le volte che vuoi perché non sono biscotti VERI VERI. Sono biscotti MALANDRINI, MOLTO PROTEICI E UN PO’ TAROCCHI, PRIVI DI PRINCIPI NUTRIZIONALI SANI MA PIENI DI ZUCCHERI”.

Coooome, di zuccheri?

“Sì, hai capito bene. Questa dieta dice STOP alle rinunce. STOP alla frustrazione. STOP AI CALI DI PRESSIONE. Questa è una dieta ricca di zucchero. Ma è uno ZUCCHERO BUONO, UNO ZUCCHERO AMICO che, insieme al pollo bollito scondito e alla verdura senza sale, non ti farà del male. FIDATI“.

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#La dieta della luna

“Ciao, sono Paolo!

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Buongiorno e buon inizio settimana a tutti. Oggi sono qui per proporre un innovativo regime alimentare dimagrante. Dopo attenti studi, ho scoperto infatti che le fasi lunari non influiscono solo sulle maree e sulla crescita dei capelli, ma anche sull’organismo. Per questo, in determinati momenti dell’anno, vi potete purificare.

Come?

Con il DIGIUNO, naturalmente. La dieta della luna prevede infatti, ad ogni cambio lunare, la privazione di tutti i cibi solidi per 24 ore consecutive, durante le quali LA VERGINE può bere il succo di frutta all’ananas, IL CAPRICORNO quello alla carota e IL LEONE un bel centrifugato al carciofo. LO SCORPIONE? Per lo scorpione solo acqua, perchè è un segno stronzo.

E tutti gli altri segni? Tutti gli altri segni un cazzo, che restino disidratati.

E se SVIENI? Ma TU, quando senti che stai per svenire, manda giù un cubetto di formaggio e vedrai che non succederà nulla. Poi, terminate le 24 ore, confida in Saturno che, grazie al suo strato esterno GASSOSO, ti regalerà una bella colite così che tu possa mantenere il sottopeso tutto l’anno”.

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Io, Lei e il TROLLEY.

Un esame in terza media, un esame di maturità, centordici esami all’Università, molteplici esami di Dottorato (miseramente falliti), un esame della patente, millemila esami del sangue, parecchi esami allergologici e tre esami di conoscenza delle lingue straniere. Ho passato gli ultimi 26 anni della mia vita a sostenere esami. Io, per parenti, amici e conoscenti sono quella che “che deve fare l’esame”. Non importa più a nessuno QUALE esame io debba fare, io sono e sempre sarò “quella che deve fare L’ESAME”.

Ora, durante gli esami – eventi a cui un individuo prende parte, CON UNO STATO D’ANIMO BEN DEFINITO, per ottenere una promozione o un’abilitazione – si assiste a spettacoli unici: feste di paese, sagre, feste patronali, solennità, riti, mercati e fiere non potrebbero mai reggere il confronto. MAI. Gli esami sono ESPERIENZE in cui è possibile incontrare e osservare PERSONAGGI – come dire – PITTORESCHI: gente stravagante che ti rimane impressa nella memoria per SEMPRE.

Io, in qualità di critico mondano e osservatore rompicoglioni annoiato, mi permetterò di continuare a giudicare e a bacchettare questi poveri cristi anche DOPO L’ESAME. Perché gli esami non finiscono mai e perché sì, ragazzi, non importa da quanti giorni voi siate svegli, quante goccine di Eridan abbiate preso o quanti ceri abbiate acceso a San Giuseppe da Copertino. VOI avete il DOVERE di presentarvi all’esame puliti, normopeso, senza l’alitosi da stress e senza la pinza di plastica nei capelli.

Comunque, non perdiamoci in chiacchiere e procediamo per gradi, esaminando i fenomeni da circo che ho avuto il piacere di incontrare:

#La pazza esaltata

La pazza esaltata non vede l’ora di fare l’esame. Non importa che abbia studiato per cinque minuti o per cinque mesi: lei l’esame se lo vuole togliere dai coglioni. SUBITO. Infatti, l’idea dell’esame ossessiona LA PAZZA ESALTATA perché le impedisce di continuare a farsi i cazzi suoi liberamente. In realtà se davvero potesse, lei – povera pazza esaltata – l’esame non lo farebbe proprio perché non gliene frega un cazzo. MA DEVE perchè ha delle responsabilità, perchè combatte con un profondo senso di colpa e perchè quella firma le serve.

Fateci caso: il soggetto in esame è sempre IN POLE POSITION perché si piazza in portineria cinque giorni prima che escano gli elenchi dell’appello. Già durante la prima lezione alza quella cazzo di mano e, con atteggiamento irritante, chiede al professore quando fisserà LA DATA. Poi, con il passare del tempo, inizia i suoi sondaggi.

Ragazzi, ma voi lo fate l’esame?“,

Amici, ma voi li guardate gli appunti per l’esame?“,

Colleghi, ma voi lo studiate questo libro per l’esame? Ma anche le note? Ma pure l’introduzione e la postfazione?Altresì la bibliografia?“.

Sempre le stesse domande per l’intera durata del corso. EHDDUE COGLIONI. Cosa volete dire?

Con la PAZZA ESALTATA non potete essere evasivi, non potete glissare e non potete fingere. Lei vi BRACCA, lei vi BOMBARDA e continuerà a farlo per tutta la durata del corso sino al GIORNO FATIDICO. Giorno in cui si presenterà senza neppure una penna per firmare il registro ma con la borsa del mare e l’ansia di non riuscire a prendere LA SENA che da lì a un’ora partirà.

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Voto: 18 (perché, a suo modo, è divertente. E perché mi ha esonerato dall’obbligo di alzare quella cazzo di mano al suo posto)

#L’uomo d’altri tempi

Lui non sappiamo da dove provenga, né da che secolo e di chi sia figlio. Proprio non lo capiamo. A prima vista ci sembra di poterlo collocare a cavallo tra Ottocento e Novecento in quanto le nobili origini di cui si vanta, l’abbigliamento old fashioned, la postura retta, il tono di voce sommesso e soprattutto il linguaggio manierato, sono peculiarità del soggetto in questione.

Lui, lo strambo giovin signore, a lezione si vede pochissimo perché ha di meglio da fare rispetto a noi villani che, liberati dal dominio feudale, necessitiamo di un’istruzione. Più che altro lo si vede passeggiare per i vicoli della città con le mani dietro la schiena o con il naso nell’incunabolo che ha scritto. Non sappiamo di cosa si nutra quest’uomo d’altri tempi perché non siamo mai stati invitati a un suo ricevimento, né abbiamo mai avuto l’onore di incontrarlo al supermercato. Tuttavia, sospettiamo che si cibi di altro “pane orzato”: altro lume rispetto a quello dell’intera umanitade che vive in tenebre.  

Comunque tutto resta avvolto nel MISTERO, proprio come lui desidera, e si è folgorati da cotanta bellezza solo il giorno dell’esame: giorno in cui, equipaggiato di pennino e taccuino, compare e ci intrattiene con un farraginoso monologo mentre attende che il professore – plebeo anch’egli – lo riceva. Ora, sarà a causa dello stile utilizzato o a causa della natura e dei contenuti dei suoi discorsi – NON LO SO – ma io non ci capivo un cazzo quando questo parlava.

E lui si divertiva un casino.

Eh sì, il giovin signore se la spassa quando ti vede perplesso e disorientato. Lui gode intimamente della sua diversità e, diciamolo pure, della bizzarria che lo contraddistingue. Solo lui nel XXI secolo se ti incontra con le buste della spesa, dopo aver insistito per portarle, si congeda dicendo “Riverisco, signora, riverisco“.

Con tanto di INCHINO.

Voto: 26 (perché mi ha insegnato che coraggioso è colui che è sempre se stesso e, senza temere i giudizi altrui, va avanti per la sua strada. E, soprattutto, per l’impegno profuso con le buste della spesa perché uomini così non esistono più).

#La finta lavativa

Non ho studiato niende“, “Ma che minghia me ne futte a mia!“, “Arà, Mariazzù, tu ci stai troppo sui libri. Io c’ho altro da fare“. E, in effetti, SEMBRA che questa sia la verità perché LEI, la finta fancazzista, è sempre in giro: la mattina, il pomeriggio e la sera la finta lavativa esce, va alle cene, si ubriaca e se la spassa. Poi il giorno dell’esame arriva, con la faccia gonfia, la schiena curva, la bocca secca e l’alitosi, dopo che il professore ha già fatto l’appello e inizia la sua farsa: “Ah, ma questo è arrivato punduale? Minghia, che io un’ora di ritardo c’ho”. Poi aspetta, come tutti. E mentre aspetta non apre un solo quaderno, non rivede una sola data e non chiede mezzo consiglio. NIENTE. Se le chiedi “come stai?” ti sciorina un pippone sull’ultima serata distruttiva che ha trascorso con quella PRESENZA INQUIENTANTE del suo ragazzo e in compagnia della sua banda

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MA DELL’ESAME NON PARLA MAI. Se, però, tu insisti e le chiedi in quanto tempo ha preparato il programma, lei ti dice IN UNA SETTIMANA. Ed è vero. In qualche modo la finta lavativa prepara l’esame in 7 giorni e spacca i culi. Sì, lei è bravissima. Sì, lei ha la media del 150 per tutti e 5 gli anni. Sì, voi rosicate e mentre lo fate vi arrovellate per capire come cazzo faccia, quale sia il suo segreto o quale droga assuma. Perché anche voi volete avere una vita sociale, anche voi volete andare a cena dagli amici il sabato sera, anche voi volete avere il tempo e l’energia per trovare un ragazzo che non inorridisca di fronte alla vostra congiuntivite da stress pre-esame.

ANCHE VOI.

Dove cazzo lo trova il tempo questa qui? DOVE? 

LA NOTTE.

Ragazzi, lei studia SOLO di notte: gli occhi gonfi, la schiena curva, la bocca secca e l’alitosi NON SONO I POSTUMI DI UNA SBRONZA. NO. Sono i postumi di un’intensa sessione notturna di studio in cui questa qui non ha parlato con anima viva e ha indagato tutti i campi dello scibile, seduta su di una sedia scomoda nella solitudine della sua cucina.

Io l’ho sgamata.

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COME? L’alitosi, ragazzi, l’alitosi l’ha tradita. Il suo fisico infatti non deve smaltire dell’alcol, né il suo fegato metabolizzare l’etanolo. NO. È la mucosa del suo stomaco a essere infiammata a causa dello stress. È questa membrana umida e infame la causa del suo alito canino. Chiamasi, comunque, GASTRITE NERVOSA DA STUDIO MATTO E DISPERATISSIMO di cui io ho sofferto per 5 lunghissimi anni. Quindi, non fatevi PRENDERE PER IL CULO: non lasciate che le sue menzogne accrescano il vostro senso di colpa. Non lasciate che i racconti delle sue serate brave distruggano la vostra autostima. Non sentitevi MAI stupidi per aver profuso impegno e per aver studiato troppo. LEI MENTE. LEI HA UN SEGRETO e tutta questa messa in scena è, in verità, una manovra per gestire lo stress prima che l’alitosi la fotta, inducendovi ad allontanarvi.

Voto: 28 (perché mi ha insegnato che se dici le bugie a 5 anni sei un monello, se la dici a 15 anni sei un ribelle ma se le dici a 25 sei un pagliaccio).

#Il lavativo

Il lavativo – quello vero – non viene a lezione, non frequenta alcuna biblioteca, vi scrocca sempre la tessera per fare le fotocopie e vi chiede i libri per l’esame. Libri che, poi, non restituisce. Lui preferisce non frequentarvi perché gli mettete ANSIA. Infatti, ascoltare discorsi inerenti l’Università, gli esami, i professori e i compagni di corso lo mette a disagio. Si sente in colpa, in difetto e sbagliato. Quindi VI EVITA. Durante il giorno, mentre voi siete a lezione o in biblioteca a studiare, lui non si sa esattamente cosa minchia faccia: forse fa la spesa, forse tromba massa per piadine, forse cerca on line un volo per tornare a casa il giorno di Natale nonostante sia maggio, forse dorme, forse boh.

Mai capito.

Ogni tanto, però, anche lui – il lavativo – deve fare l’esame come tutti. Ogni tanto deve fare lo stesso esame che fate voi e allora vi martella: i libri, le fotocopie, gli appunti, le dispense. TUTTO. Gli dovete prestare tutto, altrimenti si incazza. Il giorno dell’esame il lavativo arriva in ritardo e, mentre mangia un cornetto, inizia a fare ai presenti domande strane su cose di cui loro non sanno assolutamente nulla. Perché il lavativo ha una visione un pò particolare del programma: come dire, una visione PERSONALE. Non essendo mai venuto a lezione, infatti, il lavativo ha deciso autonomamente quali nozioni immagazzinare nella sua testa e quali no. Lui ha deciso cosa è degno di nota e cosa, invece, è una cazzata. Lui, che non ha mai sentito nominare in aula autore e libro alcuno, si inventa i termini. E storpia i nomi. E i titoli. E tutti i lemmi.

#Come il giorno in cui il precettore è diventato un prÈtore

#o quello in cui Le rouge et le noir si è trasformato in Le ROUGETTE et le noir.

Credetemi, avere a che fare con un lavativo PRIMA DI FARE L’ESAME è un’esperienza divertentissima – se avete studiato: con lui l’attesa si fa rapida e indolore, grazie a lui la stanza si riempie di colori. Se poi l’esame è a porte aperte, che dire, è meglio del cinema. Il lavativo ha una faccia di culo disarmante persino per il professore che lo interroga. Con lui ci si trova in situazioni che hanno dell’incredibile, del surreale, del fantascientifico. Lui è molto diverso dal finto lavativo per la spontaneità e per la genuinità che lo caratterizzano e che te lo fanno amare.

Voto: 29 (perché ha la faccia come il culo e, soprattutto, perché ha reso le mie attese sempre divertenti e il mio cuore ancora più grande).

#La Madonna Piangina

“IO NON SO NIENTE”, “SONO SOLO ALLA DECIMA RIPETIZIONE E NON SO NIENTE”, “OGGI QUESTO MI BOCCIA. ME LO SENTO”,  “IO MI AMMAZZO”. E si ricomincia. A LOOP.

La Madonna Piangina, detta anche Signorina non so niente, è l’apoteosi della disperazione. Lei la vedete solo a lezione, seduta al primo banco perché altrimenti non vede e non sente un cazzo, con la schiena sempre dritta, quella cazzo di mano sempre alzata e quel cazzo di astuccio pieno di penne, pennarelli e pastelli. Non si sa mai che il professore voglia spiegare attraverso le immagini.

LEI STUDIA SEMPRE. LEI STUDIA E BASTA: il giorno, la sera e la notte lei – stà piaga d’Egitto – studia. Inutile chiedere cosa farà dopo la lezione perché dirà che LEI deve andare a studiare. Inutile provare a telefonarle: non risponderà perché LEI vuole studiare. Inutile invitarla il sabato sera al cinema: non potrà perché LEI preferisce studiare.

CHEDDUECOGLIONI.

Ora, qualora Instagram non sia accorso in vostro aiuto, per avere un’idea più precisa della tipa in questione vi consiglio di immaginare un personaggio analogo a quello della signorina Rottermaier che, con l’arricciamento delle labbra di Miranda Priestley e il tono stridulo e saccente di Hermione Granger, dice “IO STUDIO”. Che fare? Mah, la mia esperienza dice che viene spontaneo mandarla AFFANCULO. Ma di brutto. Perché lei, oltre a irritare la gente per una moltitudine di ragioni, è solita far sentire l’interlocutore ANCHE un perfetto coglione: uno che, MENTRE LEI STUDIA, balla la quadriglia al veglione.

LEI STUDIA SEMPRE PERCHÈ SI DEVE LAUREARE IN FRETTA, DEVE FARE IL DOTTORATO IN FRETTA E LA DEVONO INSIGNIRE DEL TITOLO DI CAVALLERESSA DELLA CULTURA.

IN FRETTA.

Sembra debba crepare domani – e infatti il suo intercalare preferito, preso in prestito da un’altra matta come lei, è “Cristo chiamami” – e va come un treno. Non si capisce neppure a che corso di laurea sia iscritta, né a quale Anno Accademico – se a quello corrente o a quello futuro – perché lei segue anche i corsi della Facoltà di Economia che, pur non essendo ancora partiti, potrebbero forse un giorno tornarle utili.

Comunque finiti i corsi, durante cui vede la luce del sole e si toglie la veste da camera perché non può fare altrimenti, Frecciarossa va a fare provviste per la durata dell’intero millennio e saluta il mondo. Non esce più sino alla fine della sessione d’esame: nemmeno per comprare il Biomag 800. Eccezion fatta per lutti, golpe de Estado e terremoti, lei si chiude in casa, mette il silenzioso al telefono e lì rimane. “Ma non ce li hai degli amici? Una famiglia? Un hobby?”, viene spontaneo chiedere a lei che non risponderà. Il suono irritante e acuto della sua voce lo sentirete infatti solo il giorno dell’esame quando, piena di ansia e in condizioni psicosomatiche dubbie, vi martellerà i coglioni, strumentalizzandovi per ripetere il programma e vedere se ricorda tutto.

Essere sua amica/collega/compagna di studi è divertente come una martellata sui cosiddetti. Lei è monotematica, pesante, ansiosa e pressante. Una rompicazzo di prima categoria a cui non si può chiedere niente: neanche gli appunti perché della sua scrittura nevrotica non si capisce un beato cazzo.

Voto: 30 (perché lei mi ha insegnato che solo con la calma, insieme alla passione e alla costanza, si vincono le battaglie).

#La ragazza con il trolley – THE EXPERIENCE

Esame di Dottorato, in fila, aspettando che giunga il momento di fare l’orale: il professore non si è ancora palesato e siamo pochi. Si parla dello scritto, delle tracce, del voto, del progetto e del culo di Melissa Satta perché “a noi, infondo, dell’esame non importa un granché”. “Entrare o meno cosa vuoi che cambi”, “Che poi qui, in Italia, non ti fanno ricercare”. “Non ci sono fondi”. “Sì, dopo tre anni sei a spasso”. “Meglio non entrare affatto e cercare un lavoro VERO.”

SIVABBÈ L’HAI DETTO ANCHE A ROMA, A SIENA, A URBINO E A CANICATTÌ.

Questo per 6 o 7 volte. In due anni. Sempre le stesse minchiate, sempre i soliti soggetti, sempre la stessa pièce. Una ROTTURADICOGLIONIABNORME che vi auguro di non dover sopportare MAI. Poi un giorno cambia tutto perché, eccola, ARRIVA LEI: bassina, capelli rossi, cicciottela, affaticata e CON UNA VALIGIA. Un trolley, nello specifico. Sì, ragazzi, un bagaglio a mano.

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Lei avanti e il trolley dietro. Ma comunque insieme, inseparabili, indissolubilmente uniti. “Scusate, c’è posto (per me e per il trolley)?”. “Sì, vieni”. E si siede. Con questo cazzo di trolley accanto. POI, meraviglia delle meraviglie, LEI  gira IL BAGAGLIO, lo catafotte a terra e LO APRE:

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EDIZIONE BLU, ragazzi, EDIZIONE BLU: la più ampia e dettagliata dal punto di vista storico, critico e antologico. 1242. Vi dico solo questo: 1242. Sto parlando, per chi non lo sapesse, del numero di pagine del I tomo. Solo del I TOMO. Ecco, ora moltiplicate tutto per 6. Lei, nel trolley ne aveva SEI. DI TOMI. E in testa ZERO. DI ROTELLE. A una cosa così IO non ci avevo MAI pensato. LEI mi ha stupito. Lei mi ha sconvolto. LEI HA STRAVINTO: fare l’esame insieme alla RAGAZZA CON LA VALIGIA non è stata un’esperienza ma L’ESPERIENZA.

THE EXPERIENCE.

Quando siete in queste situazioni, credetemi, non si sa cosa fare, né cosa pensare: ridere, piangere, scappare o domandare qualcosa sono tutte possibili alternative tra cui io ho scelto l’ultima: senza vergogna (vergogna io? Tu sei venuta qui con l’amica Carpisa e io mi dovrei vergognare?) ho deciso di CHIEDERE:

“PERCHÉÉÉ?????”

“Perché mi possono chiedere qualsiasi cosa”. Questa è stata la sua risposta.

“Ah, ecco”. Quando si dice che la cultura è un bagaglio.

Voto: 30 e lode (per la tempra fisica).